Voto

6.5

Esiste una vita dopo la morte? Che cosa rimarrà di noi una volta deceduti?

Grande discrimine tra ebrei e cristiani su cui ironizza argutamente Allen in chiusura, l’Aldilà non è una certezza. L’unico escamotage a cui l’uomo può ricorrere per sopravvivere alla sua stessa morte è quello di lasciare delle tracce, dei ricordi.

E proprio da questo pensiero scaturisce Café Society, un film-omaggio che riproduce fedelmente e fissa nella memoria cinematografica gli anni Trenta, un’epoca tra le più sfavillanti e affascinanti della nostra storia. Compagno di ballo di Allen è Vittorio Storaro, direttore della fotografia, che anima la scena e i personaggi con le sue luci cangianti e camaleontiche. Se la sceneggiatura è una storiella già vista, un dramma sentimentale e sociale che non apporta nulla di nuovo alla filmografia di Allen, la messa in scena riporta in vita l’eleganza Ernst Lubitsch, Mankiewicz e Wilder, il glamour delle dive e la bellezza sfarzosa della golden age holliwoodiana.

Relegato alla voce narrante fuori campo, Allen cede il ruolo di schlemiel impacciato e nevrotico a Jesse Eisenberg (Bobby), affiancato da una scintillante Kristen Stewart (Vonnie). I due vengono raggiunti in un melodrammatico e banale quadrato amoroso da Steve Carell (Phil) e Blake Lively (Veronica), entrambi ben calati nei loro ruoli. Si tratta però di personaggi volutamente convenzionali e non originali: a risaltare dev’essere lo splendore di questo revival dal décor straripante, mentre la sceneggiatura soccombe.

Benedetta Pini