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Se bastasse una parola per descrivere una star del calibro di Bruce Lee, il termine “predestinata” calzerebbe a pennello sulla sua storia: un uomo nato nel 1940 negli Stati Uniti ma dalle origini cinesi, diventato un’icona senza tempo. Il suo nome è entrato ormai da tempo nella cultura collettiva e ha racchiuso due mondi culturalmente e politicamente molto diversi fra loro in un’epoca in cui lo scontro bipolare gelava il rapporto tra occidente e oriente. Nato nella Chinatown di San Francisco, Bruce Lee vive fino ai diciotto anni a Hong Kong, dove, guidato dal Maestro Ip Man, inizia fin da giovanissimo a praticare il kungfu nello stile Wing-Chun, scuola di arti marziali che lo accompagnerà per tutta la vita e che sarà determinante per la sua carriera cinematografica e spirituale. L’attrazione del giovane Lee per il combattimento sarà direttamente proporzionale alla sua fama hollywoodiana, che rimbomba ancora oggi negli studi di Los Angeles.

La prima comparsa sul grande schermo dell’attore sino-americano avviene all’età di tre mesi, quando viene scelto per il ruolo del neonato nel film Golden Gate Girl (Esther Eng, Hong Kong, 1941). Ma è con la visibilità ottenuta ai tornei internazionali di arti marziali che Lee attira l’attenzione di personalità di un certo calibro.  Il produttore della serie televisiva Batman, William Dozier, ha infatti l’occasione di visionare i filmati di Lee al campionato Internazionale di karate tenutosi a Long Beach il 2 agosto 1964. L’esibizione incluse vari esercizi, tra i quali spiccarono il famigerato One Inch Punch – usato da Tarantino in una scena Kill Bill – le flessioni solo su pollice e indice e altri colpi che diventeranno celebri proprio grazie a Lee. Colpito dalle rilevanti capacità fisiche del giovane, Dozier lo invita per un’audizione, grazie alla quale Lee si aggiudica una parte nella serie televisiva Il Calabrone Verde (The Green Hornet), trasmessa dal 1966 al 1967. Il personaggio interpretato da Lee, Kato, ha un successo talmente vasto che successivamente il nome del programma viene cambiato in The Kato Show, mettendo così in secondo piano il protagonista effettivo della serie.

Ma è grazie al suo primo ruolo da protagonista ne Il furore della Cina colpisce ancora (The Big Boss, Lo Wei, HongKong, 1971) che Bruce Lee si consacra al grande schermo. La pellicola racconta la storia di Cheng (Bruce Lee), un giovane ragazzo di campagna che giunge in una piccola cittadina dove, grazie all’aiuto del cugino, riesce a trovare lavoro in una fabbrica di ghiaccio. La struttura, all’oscuro degli operai, è in realtà la sede di loschi traffici di droga; e se qualcuno scopre la verità rifiutandosi di tacere, viene brutalmente ucciso. Fin da questa sua prima importante interpretazione, il personaggio di Bruce Lee rappresenta l’eroe classico americano trasposto in un contesto orientale, una figura positiva, un combattente, un cavaliere senza macchia pronto a tutto per la giustizia.

Con il suo secondo ruolo da protagonista in Dalla Cina con furore (Fist of Fury o The Chinese ConnectionLo Wei, Hong Kong, 1972), film di arti marziali destinato a diventare in breve tempo un cult, Lee riscrive la storia dei Kung Fu Movies, genere in voga nei primi anni ‘70 e che si è dimostrato molto più longevo di altri, rinnovandosi e reinventandosi continuamente fino a oggi. Grazie soprattutto allo spessore dell’interpretazione di Lee, i personaggi del film assumono sfumature diverse rispetto a quelle tradizionali, senza cadere nei cliché tipici del genere. La pellicola riscuote a Hong Kong persino più successo della precedente, tanto che porta i produttori a giocarsi la carta del mercato estero, dando così l’occasione a Bruce Lee di assaporare ciò che desiderava: la fama internazionale. Ma il discreto successo del film lo costringe a tornare a Hong Kong, e sarà il successivo I 3 dell’Operazione Drago (Enter the Dragon, Robert Clouse, Hong Kong/USA, 1973) a consacrare Lee al mondo cinematografico occidentale.

Al successo, però, si aggiungono i problemi. Bruce è ormai una figura più che conosciuta a livello planetario e inizia a imbattersi in figure nemiche: “Verso la fine della sua vita, sembrò che Bruce portasse un pesante fardello, qualcosa stava prendendo il sopravvento. Subiva colpi da ogni parte, da ogni persona… e doveva costantemente tenere la guardia alzata”, racconta l’attore James Coburn. Il 20 luglio del 1973, esattamente 44 anni fa, Little Dragon (traduzione inglese del suo nome d’arte cinese Li Xiao Long) muore in ambulanza ancora prima di arrivare in ospedale. La causa accertata della morte è una reazione allergica a un’aspirina.

Le ipotesi che sembrano più vicine alla realtà di altre attribuiscono la morte di Lee a un gruppo maestri di kungfu americani facenti parte di un comitato, di una sorta setta marziale: l’attore, quando andò in America, fu ostacolato in molti modi dai suoi connazionali, incapaci di accettare che un orientale insegnasse la propria disciplina agli occidentali. Qualsiasi sia la causa effettiva della sua morte, lo spirito di Lee rimase vivo nei suoi fan, e ancora oggi i suoi film e il suo modo di combattere sono d’ispirazione per molti: la sua statua si innalza fiera sulla Avenue Stars di Hong Kong, come se Dragon non se ne fosse mai andato.   

Mattia Migliarino