Voto

5

Quello strombettamento sperticato con cui si apre Dreams Come True – il primo brano di The Desired Effect – fa pensare a una versione ipernutrita delle musichine che introducono l’ingresso del protagonista nelle serie televisive americane. Ma, al posto di un qualche simpatico idolo del piccolo schermo, si presenta Brandon Flowers con la sua voce da adescatore di teenager che, a un passaggio melodico su due, sembra annunciare: “Attente ragazze, vi ho in pugno!”. Brandon non è tipo da stringere, se ti ha in pugno: spesso non sa condurre la sua opera dongiovannesca senza giocarsi tutti gli assi del suo campionario di quintessenze pop, e ti lascia scivolare via, tra un pallido fuoco d’artificio e l’altro. Occorre quindi una speciale disposizione d’animo (e milioni di persone evidentemente ce l’hanno) per sentire il calore della sua morsa. 

Tornando a Dreams Come True, le scoppiettanti trombette che la introducono sono abbastanza ingannevoli: la melodia ha uno sviluppo folkeggiante non proprio eccitante, e anche l’avvento dei fatidici coretti non porta la magnificenza desiderata. Eppure, a dirla tutta, il brano non è così lontano da una vaga godibilità, così come non lo è neanche la seconda traccia, il singolone Can’t Deny My Love, un’accozzaglia di momenti topici: ci sono il mistero, l’epos e la tenerezza, ma assemblati in una maniera tale da far sembrare Princes of the Universe dei Queen (un brano che può essere visto come la Valeria Marini della musica pop) un capolavoro di omogeneità e coerenza.

Il brano successivo, I Can Change, quasi quasi riesce a essere toccante, perché Brandon si inginocchia di fronte ai propri idoli musicali: la vocina nasale di Neil Tennant dei Pet Shop Boys appare in un cameo parlato, e sulla melodia principale si innesta in modo ammaliante la vecchia hit dei Bronski Beat Smalltown Boy. Finite le sorprese, però, il brano smette di esistere, con un notevole anticipo rispetto alla fine effettiva.

Still Want You, un altro singolo arruffapopoli, potrebbe essere un capolavoro di furbizia, ma il coretto strafatto di elio – invece di essere simpaticamente fasullo – ha un suono quasi immondo.
In Between Me And You la produzione finalmente collabora con la melodia, invece di molestarla con effettacci, e il risultato è rispettabile a dir poco. La concordia dura anche in Lonely Town, cui le tastiere impongono una patina vintage; la melodia è abbastanza invisibile, ma – nuntio vobis gaudium magnum – i coretti per la prima volta in tutto l’album suonano bene!

Il buonumore indotto da questo traguardo sembra essere confortato dal suggestivo effetto di trombetta “torcibudella” che inaugura Diggin’ Up The Heart; non che poi il brano dica molto, ma fila via con dinamica convinzione, distribuendo con generosità leccornie tastieristiche verso la fine… E c’è bisogno di tanti dolcetti per consolarsi della mancanza di interesse di Never Get You Right, il cui ritornello profuma di eau de banalité. Le sferzate di chitarra della decente Untangled Love rinvispiscono l’ascolto prima che il brano si destrutturi in un mulinello di ripetizioni sempre diverse e sempre uguali.

La conclusiva The Way It’s Always Been è sottile e sensibile, ben prodotta, e riesce a sopravvivere all’erezione di una palizzata di pompose trombe, ma finisce per confermare il paradosso di questo secondo album da solista del cantante dei Killers: i brani migliori non sono quelli che si fanno ricordare. A catturare sono il pathos in svendita di Can’t Deny My Love e gli abominevoli coretti di Still Want You. Ma, a ben pensarci, questo non è un paradosso proprio di questo album: è la regola perversa del pop.

Andrea Lohengrin Meroni

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