1. Dove eravamo rimasti

La terza stagione era stata un climax di autodistruzione e di disastri, culminato con la morte di Sara Lynn per overdose a causa di BoJack e con la dissoluzione di tutti i legami del protagonista, incapace di intrattenere relazioni sane con chi gli sta intorno (Mr. Peanutbutter, Todd, Princess Carolyn e Diane). La quarta stagione si apre senza BoJack, la cui apparizione viene ritardata alla seconda puntata e si snoda sulle note di un’emblematica A Horse With No Name di Patrick Carney Feat. Michelle Branch: “In the desert you can remember your name, ‘cause there ain’t no one for to give you no pain”. Bisognerà attendere alcune puntate prima che BoJack capisca che non si può fuggire per sempre, smetta di ignorare le telefonate di Diane e cerchi di recuperare i cocci della propria vita.

2. Stupid Piece of Sh*t

Il sesto episodio porta alle massime conseguenze il viaggio all’interno di una mente malata di depressione come quella di BoJack. Con una tecnica d’animazione dal tratto sporco e violento, i pensieri del protagonista prendono forma e diventano visibili in un flusso di coscienza animato che rende accessibile agli spettatori il profondo disagio di BoJack, un uomo-cavallo affetto da depressione. Il vortice di autodistruzione, abnegazione ed egoismo con cui si chiudeva la terza stagione è destinato a scagliarsi nuovamente su BoJack, a sua volta incapace di reagire e fermare la propria caduta nel baratro. L’impressione di ripetitività di certe dinamiche narrative è dunque funzionale a un racconto che tratta di mancata redenzione, di mancato cambiamento, di mancata uscita da un’annichilimento che continua a colpire BoJack, vittima del suo stesso disagio esistenziale.

3. Time’s Arrow

BoJack è dunque, semplicemente, un personaggio debole e cinico? Innescata dalla catartica comparsa della presunta figlia di BoJack, Hollyhock, la quarta stagione scava nel passato del protagonista per portare a galla gli indizi che ne spiegano la personalità. È infatti il passato a definire ciò che si diventerà in futuro, e quello di BoJack incombe sul suo presente attraverso la figura della madre Beatrice Sugarman, a sua volta vittima di un passato traumatico fatto di imposizioni borghesi, rigidità dei ruoli sociali, impossibilità di autodeterminazione, frustrazione, repressione sentimentale e ipocrisia. Il passato di BoJack si configura allora come un’epopea familiare, dalla quale scaturisce una catena di risentimenti, pregiudizi sessisti e mortificazione. In breve: l’ipocrita “felicità” dettata dall’american way of life. E colpisce tutti, soprattutto Princess Carolyn nello struggente episodio 9 (Ruthie) e il rapporto tra Diane e Mr. Peanutbutter (“Il nostro matrimonio è come un poster con l’effetto magic eye. Sono un casino, e alla prima occhiata non sembrano avere alcun senso e sono difficili da decifrare, ma a volte, se strizzi appena un po’ gli occhi, ecco apparire i contorni. E viene fuori la più bella, perfetta incredibile delle cose. Ma io sono così stufa di strizzare gli occhi…”).

4. Coralità mancata

La scelta di spostare il fulcro da BoJack e diluire l’enfasi sul suo percorso porta la narrazione ad aprirsi ad altre strade legate a quei personaggi che fino alla precedente stagione erano solo funzionali alle dinamiche di BoJack. Ma si tratta di peripezie incoerenti, slegate tra loro e appena abbozzate, che non reggono il vuoto lasciato dalla parziale assenza del protagonista. Forse alcuni personaggi avevano sempre avuto ben poco da dire…

5. Verve satirica

Neanche a questa stagione manca una tagliente satira sociale e politica estremamente attuale. Un presidente eletto nonostante sia privo delle competenze necessarie (Mr. Peanutbutter), la facilità con cui il pubblico di massa viene abbindolato da discorsi populisti, l’ipocrita sfruttamento di violenze e tragedie da parte dell’industria dell’entertainment (Pensieri e preghiere), il femminismo spiccio rappresentato dai media, le impellenti problematiche ambientali (Underground), la tensione tra contenuti impegnati e la richiesta di frivolezza da parte dei fruitori, le perversioni dello star system e le dinamiche interne al mondo dello spettacolo sono solo alcuni degli spunti di riflessione che BoJack Horseman solleva con la sua solita verve polemica e sarcasticamente dolceamara.

Benedetta Pini