Voto

8.5
 

Operazione altamente rischiosa quella di Denis Villeneuve, che mette mano al cult anni ‘80 per eccellenza avvalendosi di una squadra di tecnici sublimi. Senza la fotografia algida, simmetrica e metafisica di Roker Deaking, le scenografie noir e post-umane di Dennis Gassner e le musiche ruvide e disturbanti di Jóhann Jóhannsson e Hans Zimmer Blade Runner 2049 non avrebbe forse vinto la scommessa.

Nonostante alcune debolezze (in primis il fastidiosissimo nonché inutile flashback esplicativo e che spoilera il finale), la sceneggiatura, squisitamente attuale, evita l’impasse di un’operazione da remake nostalgico. Dimenticate dunque la ruvidezza e il machismo del prequel: Blade Runner 2049 è raffinato e asettico, nega il coinvolgimento empatico dello spettatore e soffoca gli intenti del cinema postmoderno sulla scia di Refn. Complice un’estetica astratta e un Ryan Gosling (K.) dalla recitazione anaffettiva, Villeneuve restituisce un quadro tragicamente fedele dell’apatia delle nuove generazioni, in difficoltà di fronte alla lettura e all’interpretazione di un mondo sfuggente, distante e asettico, sempre più virtuale che reale.

Ma se “stiamo tutti cercando qualcosa di reale” (come dice la virtuale Joi), che cosa definisce un essere umano in una società postmediale e ipermedializzata dove virtuale e reale si confondono e compenetrano continuamente? Le questioni etiche e bioetiche circa il confine tra nato e creato, reale e virtuale, diventano allora centrali, fil rouge dell’intimistica quête del senso e del valore della vita da parte di K. Il ritmo concitato del thriller lascia così spazio a un andamento metafisico, riflessivo e meditativo, fatto di vuoti, di stasi, di domande e di una verbosità a tratti eccessiva seppur allusiva, che risponde in modo diretto e narrativo ma mai univoco.

Mentre il primo Blade Runner poneva l’occhio come strumento cardine di un’indagine sul mondo, sebbene già messo in crisi dal dubbio statuto di Rick Deckart (umano o replicante?), Villeneuve assume una posizione prettamente fenomenologica, insistendo con la macchina da presa sui momenti di contatto, sulle percezioni corporee (anche e soprattutto simulate) come innesco dei processi percettivo-emozionali. È l’etichetta emotiva associata al ricordo di una percezione, e non la vividezza visiva dei suoi dettagli, a rendere il ricordo reale e a riattivare quello stesso sentimento: ogni percezione si accompagna a un’emozione ed è quest’ultima a prevalere sulla precisione matematica.

Non si tratta, però, di un’operazione esclusivamente filosofica. Villeneuve riattualizza Blade Runner in toto, distaccandosene esteticamente con il recupero di attualissimi immaginari waporwave e apocalittici à la Mad Max – Fury Road e contenutisticamente attraverso il cambio di paradigma da oculocentrico a incarnato e i cenni alla virtualizzazione del reale già emersi in opere come Her Black MirrorVilleneuve si serve così del suo 2049 distopico per costruire una critica all’odierna indifferenza, al capitalistico schiavismo delle multinazionali e alla noncuranza degli enormi problemi climatici, adottando una visione puramente nichilista e negativa, priva di speranza: proprio la specie che ha portato a questa distruzione sembra essere l’unica in grado di custodire gli ultimi frammenti di reale. Eppure uno spiraglio di luce rimane aperto: i replicanti Nexus 8, in via di espulsione in quanto “troppo umani”, non sono gli unici a desiderare e sentire “qualcosa” di reale.

Benedetta Pini