Voto

5
 

Chiudete gli occhi e immaginate: un sottomarino vecchio e arrugginito, un equipaggio estromesso dalla società perché considerato forza inutile e superflua, infine le acque tenebrose del Mar Nero, che sembrano sussurrare “Navigate a vostro rischio e pericolo.”; aggiungeteci una musica ansiogena di sottofondo e sarete immersi in un thriller adrenalinico dalle grandi potenzialità.

Lo sceneggiatore Dennis Kelly presenta una vicenda capace di incuriosire tutti, dagli estimatori del genere noir agli amanti del film d’azione: un gruppo di uomini scelti, capeggiati dallo scozzese Robinson, sfida le acque del Mar Nero per recuperare un’enorme quantità d’oro contenuta in un sottomarino tedesco, arenatosi sul fondale dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il bottino dovrà essere equamente spartito tra i membri dell’equipaggio, “E cosa succede quando il primo capisce che la sua parte diventa più grande, se sono in meno a dividere?”. Tutti contro tutti, nessuno è al sicuro. A fare da padrone è l’oro, a muovere i fili è l’avidità che spinge alla follia. E non c’è via di scampo.

Il regista Kevin Macdonald rappresenta il conflitto fisico, ideologico e psicologico in maniera impeccabile: insiste sugli attriti tra i componenti della “ciurma” – inglesi e russi – senza prendere le parti di nessuno; non ci sono un buono e un cattivo poiché tutti vengono ugualmente inghiottiti dall’oscurità. I marinai, viene sottolineato, sono come pinguini: estremamente goffi sulla terra, possono essere loro stessi solo nell’acqua, eleganti e forti. Ma i protagonisti della pellicola si trovano a dover navigare tra acque nere, e proprio di nero si tinge la loro anima sprofondando negli abissi.

Concedendo spazio a ogni personaggio, la fotografia compie un ottimo lavoro insistendo su intensi primi piano. Christopher Ross gioca su sguardi sadici e risate sguaiate; i cambi d’espressione sottolineano l’alterazione mentale, lo straniamento e una malata inclinazione alla violenza.
Lo spettatore si trova così in costante tensione, incapace di prevedere come si concluderà la vicenda, anche e soprattutto a causa dei continui colpi di scena.

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A completare l’inquietante quadro è l’ambientazione, quel malridotto sottomarino che si prefigura come una tomba, e l’effetto, di pesante claustrofobia, causa un perenne affanno in chi assiste.
Attanagliato dall’angoscia e sempre più coinvolto dalla pericolosa impresa, lo spettatore impaziente pregusta un finale degno dell’intera pellicola.

Ve li ricordate i già menzionati amanti del noir e del film d’azione? Le loro espressioni di disapprovazione sarebbero visibili anche al buio, i segni di irritazione udibili in tutta la sala: le scene conclusive, al limite del verosimile, ricercando forzatamente una morale finale, mostrano invece una caduta di stile tale da vanificare l’intero progetto cinematografico. Il risultato è, purtroppo, un forte senso di fastidio, e l’insoddisfazione non viene attenuata neppure dalle ottime performance degli attori; è, però, doveroso menzionare l’interpretazione di Robinson di Jude Law – ha lavorato anche su un particolare accento scozzese, purtroppo eclissatosi nel doppiaggio italiano –, che ha dato prova di grande maturità risultando totalmente credibile.
Un vero peccato che l’attore, insieme alla pellicola stessa, siano destinati, sembra un paradosso, a naufragare e inabissarsi senza possibilità di salvezza.

Anna Magistrelli