1. “Sembra tutto vero. È tutto così reale.”

Se le puntate precedenti di Black Mirror avevano come unico punto in comune quello di ritrarre vari scenari distopici in cui la tecnologia degenera tra le mani dell’uomo con terribili conseguenze, la quarta stagione ha invece un tema ben preciso che serpeggia lungo tutte e 6 gli episodi (forse un po’ meno in Metalhead): la digitalizzazione della coscienza. Black Mirror iniziava a interessarsi alla questione in Bianco Natale e aveva continuato il discorso in San Junipero; prologhi essenziali alla nascita di questa quarta stagione, che fa crollare il confine tra reale e non reale basato sulla percezione sensoriale. In ultima analisi, esiste una possibilità di scorgere questo discrimine? Anzi, ha davvero senso porre tale problematica e in questi termini?

2. Top

Hang the DJ non solo si guadagna il posto di miglior episodio della stagione, ma può permettersi di ambire al podio dell’intera serie. In un mondo spaziotemporalmente indeterminato, in cui vige un ordine finto, eppure accogliente, vivono esclusivamente ragazzi e ragazze single alla ricerca dell’anima gemella. Il sistema determina l’iter di ogni relazione di “prova” che permetterà a ognuno di raggiungere il grande nome. C’è un’unica regola: fidarsi del sistema. [SPOILER ALERT] Lo sconvolgente turning point, suggerito nel corso della puntata da indizi appena percepibili, arriva all’ultimo istante e distrugge tutto ciò che c’è stato prima: era solo una simulazione di un’app simile a Tinder. E la ribellione dei protagonisti? Sempre una simulazione. Frecciatina scottante non solo all’omologazione digitale dei rapporti umani ma anche a chi, invano, crede nella libertà delle rivolte.

3. Flop

In un futuro post apocalittico desolato e arido à la Mad Max, dominato da cani robot di cui non si sa nulla – sono autonomi o controllati da qualcuno? E da chi? –, si scatena una spietata caccia all’uomo che si configura come un survival thriller ansiogeno e asfittico, dove c’è spazio solo per lo scontro testa a testa tra vittima disperata e carnefice furioso, per il bianco e il nero e non per i grigi: mors tua vita mea. Tecnicamente ineccepibile, sempre in equilibrio tra tensione e decompressione, Metalhead pecca però di un atavico spunto narrativo fine a se stesso. Non c’è altro oltre all’ansia, che finisce nel momento in cui termina l’episodio. La mancanza di spiegazioni, anche solo abbozzate, da parte della sceneggiatura impedisce allo spettatore di trovare risposte ma anche di porsi domande e di riflettere, rimanendo indifferente.

4. Mediocri
 

La quarta stagione di Black Mirror pullula di episodi nati da uno spunto narrativo curioso, originale e stimolante, ma scivolati in epiloghi prevedibili, banali, buonisti o esagerati. Il gioco di USS Callister tra parodia/omaggio a Star Trek e registro drammatico/comico riesce grazie a prove attoriali notevoli, a mancare è però un andamento narrativo che stupisca (è l’ennesimo nerd che si vendica virtualmente ma il suo piano gli si ritorce contro). Arkangel torna su un tema carissimo a Black Mirror, “il segreto dei genitori perfetti è il controllo”, che sfocia in un melodramma dove non succede nient’altro se non la prevedibile scena melodrammatica finale. Se Crocodile brilla per una messa in scena dall’elegantissima estetica nordica e un canovaccio da thriller avvincente, pecca però di banalità nelle svolte narrative, che confluiscono in un finale al limite del ridicolo. Infine Black Museum, curioso auto omaggio all’intera serie, ricicla storie troppo deboli in autonomia ma eccessive se sommate in un climax di narrazioni inquietanti (ha valore forse solo la prima storia) che culmina in un finale grottesco.

5. “C’è un limite alla nostra capacità di meravigliarci.”

Black Mirror è uscito dalla propria nicchia. Da quando Netflix ci ha messo le mani (ha comprato i diritti nel 2015), la serie più respingente di sempre si è rammollita. Tendenza evidente nella quarta stagione, che pullula di finali lieti, non più che agrodolci, incapaci di lasciare lo spettatore con le budella aggrovigliate al temine di ogni puntata, solo nel buio della propria stanza a rimunginare, sconvolto, su ciò a cui ha appena assistito…

Benedetta Pini