Voto

6.5

Come una fenice rinasce dalle ceneri, l’eccentrica Björk è finalmente riuscita a riaffiorare dalla vorticosa corrente di dolore che recentemente l’ha trascinata verso il fondo, dopo aver tentato una catarsi con il suo precedente, emblematico lavoro: Vulnicura. Il profondo taglio che l’artista esibiva sulla copertina dell’album sembra infatti essersi cicatrizzato, trasformandosi in un’anticamera dello spirito, pronta ad accogliere tutta luce che il mondo ha da offrire.

Utopia, infatti, rappresenta l’ennesimo, meraviglioso, cambio di rotta per la cantante: solo due anni fa congedava l’ascoltatore con brani densi e pesanti, versi sofferenti retti da archi imponenti, mentre ora, con un’aura elfica e leggera, si circonda di flauti, arpe angeliche, cinguettii di uccelli esotici e drum machine, dipingendo un rigoglioso paradiso bucolico, rifugio sicuro per le anime ferite.

Nonostante le premesse, però, Utopia presenta alcune debolezze: non mancano segni di titubanza e smarrimento, accompagnati da passaggi esageratamente lunghi e prolissi, come se i sinceri tentativi di sconfiggere i demoni del passato a colpi di beat non fossero sufficienti e nel suo cuore ci fosse ancora un angolino di oscurità che l’artista non ha il coraggio di confessare.

Giulia Tagliabue

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