Voto

9
 

Se della mente l’ uomo non è più il padrone
scattano a governarlo
gli equilibri instabili della finzione.
Per i corridoi della realtà si muove incerto
in balia di un’ossessione che non vuole estinguersi
facile preda di ruggenti chimere,
celate da impenetrabili sipari.
E l’attore,
è la vittima sacrificale
dell’occhio ignorante dello spettatore

Un attore, Riggan Thomson, che raggiunse il successo interpretando in gioventù un supereroe, ormai non è che “la risposta a una domanda di Trivial Pursuit”. Il desiderio inestinguibile di raggiungere nuovamente le vette della notorietà e della fama, di riaffermarsi sia personalmente che professionalmente, si trasforma in un’ambizione ossessiva e ossessionante, che porta Riggan sull’orlo della pazzia. Il nucleo tematico che domina la pellicola si svolge proprio attorno alla figura di questo attore in declino, interpretato magistralmente da Michael Keaton. 

La scelta di Alejandro Gonzalez Iñárritu di svolgere l’azione prevalentemente nel teatro, non è che la prima di una lunga serie di provocazioni che sono l’anima pulsante di Birdman – o l’inattesa virtù dell’ ignoranza.
È proprio attraverso il contesto, l’ambiente, le atmosfere, ma anche l’obbiettivo stesso del protagonista che traspare una velata critica al mondo del cinema contemporaneo, alla mercificazione dello spettacolo a discapito del valore culturale del cinema come arte in sé. Riggan Thomson, infatti, è riuscito ad affermarsi nel difficile mondo dello show business, ma solo grazie a un film di supereroi e in un passato ormai lontano, la cui ombra impera ancora su di lui come attore, ma ancor prima come uomo. È un personaggio perso, sotto tutti i punti di vista, che fatica a districarsi tra il mondo della realtà e quello della finzione.
Con il proseguire dell’azione, l’ex interprete di supereroi porterà a termine in suo obbiettivo: lo spettacolo, dopo una serie di inconvenienti e di imprevisti causati soprattutto dal bravissimo ma irriverente attore Mike – interpretato da Edward Norton – riuscirà perfettamente, la critica sarà finalmente entusiasta di Riggan e lo immortalerà come il padre di un nuovo genere in teatro, il superrealismo. Ma quello che appare il buon esito di una vicenda problematica, non è che la conclusione necessaria di un percorso di formazione rivelatosi inevitabilmente fallimentare: Riggan, per essere fedele fino all’estremo alla sua ossessione, ha dovuto stupire il pubblico in modo estremo, mettendo in gioco tutto se stesso.

bm1La regia di Alejandro Gonzalez Iñárritu sceglie di riportare questa storia di ossessione e ambizione con la tecnica del piano-sequenza, che rappresenta perfettamente il senso e il significato del film tutto. Introdotto in via sperimentale negli anni 50 del ‘900 da Orson Welles e teorizzata successivamente dal critico André Bazin tramite i suoi studi sul montaggio proibito, il piano-sequenza sembra rivelarsi la scelta ottimale per raccontarci questa storia. La cinepresa non stacca mai – mascherando digitalmente i raccordi – né cambia inquadratura: segue costantemente gli attori, i loro movimenti e azioni che si snodano all’interno di surreali corridoi dietro le quinte di un teatro di Broadway, fin dentro ai loro camerini, durante i preparativi della reinterpretazione di Di cosa parliamo quando parliamo d’ amore di Raymond Carver.
Con questo capolavoro, Iñárritu inserisce la psicologia di un attore all’interno di un’atmosfera carica di finzione, come quella che appunto contraddistingue il teatro. L’obiettivo, raggiunto, è far partecipare attivamente lo spettatore allo svolgersi della vicenda: il piano-sequenza, infatti, permette di osservare l’azione come se si svolgesse su un palcoscenico, come se gli attori stessero recitando in quel momento e solo in quel momento. All’osservatore sta il compito di decidere su cosa focalizzare la propria attenzione, di scegliere se reputare reale o artificiale ciò che vede, e soprattutto di continuare la riflessione lanciata dal regista.
Che cos’è, dunque, il cinema? Una serie di frottole, di fotogrammi che ritraggono qualsiasi cosa senza davvero raccontarne nessuna, oppure un mezzo potente di comunicazione e diffusione artistico-culturale? È possibile che il cinema mantenga il proprio statuto di arte, ora che sta soccombendo all’ombra appiccicosa di colossal che forniscono come modello un supereroe, utopico emblema di integrità e purezza d’animo, votato a proteggere il mondo dai cattivi? Emerge così, forte e centrale, l’auspicio che il cinema torni ad aderire alla realtà, riavvicinandosi “nuovamente” al teatro, nei confronti del quale ha un debito inestinguibile.

Andrea Passoni