Voto

8
 

Se gli annoiati dal pop moderno ritengono lecito chiedere qualcosa di più ambizioso, Benjamin Clementine fa loro la cortesia di rispondere con il suo secondo album, I Tell A Fly. Dopo l’uscita del singolo Phantom of Aleppoville, il vincitore del Mercury Prize 2015 (con l’album d’esordio At Least for Now) torna con prepotenza, producendo un disco temerario, di genere incerto, avanguardistico e barocco.

Il cantautore londinese è accompagnato come sempre dal fidato pianoforte, che nei quarantacinque minuti dell’album assume varie forme: clavicembalo, e-piano, synth. Le mani di Clementine scorrono veloci lungo le undici tracce di I Tell A Fly, seguendo arrangiamenti epici e inusuali e ballando su canzoni completamente destrutturate rispetto alla concezione di brano contemporaneo. Il collante è la sua voce profonda, di stampo classico, che con potenza grida a chi ascolta le tematiche inusuali di questo album visionario.

Tematiche ispirate da una strana frase letta da Clementine sul suo visto per l’America, “An alien of extraordinary abilities”, nella quale il cantautore inglese ha visto, come in un flashback, tutta la sua storia passata, il suo essere sempre stato “un alieno nei mondi in cui si trovava ad alloggiare”. I testi allora raccontano di un viaggio imprecisato di una coppia di animali (mosche o uccelli, probabilmente), che vagano senza meta tra situazioni assurde e luoghi esistenti ma surreali (Sicilia, Francia, Inghilterra).

One Awkward Fish e By The Ports of Europe, tracce numero sette e otto dell’album, sono quelle che meglio riassumono l’essenza di I Tell A Fly: un disco spaziale, orbitante intorno a un Terra musicale fatta di mille sfumature. Non facile all’ascolto, ma sicuramente carico di valore tecnico ed emozionale.

Federico Bacci