Era il 1985 quando Gus Van Sant presentava al festival di Cannes e al mondo il suo primo lungometraggio, Mala Noche: un film in bianco e nero di 78 minuti a budget ridottissimo e un cast composto di tre attori sconosciuti che sarebbero rimasti tali. In quella vicenda di violenza, introspezione e sessualità si potevano già individuare i canoni di quello che sarebbe stato il nucleo tematico distintivo del cinema del regista canadese, allora poco più che trentenne, della maggior parte dei suoi film.

Nato come regista indipendente quando era bello parlare di cinema indipendente americano, Gus Van Sant è quello che si può definire un poeta dell’universo tardo adolescenziale, capace di tratteggiare con dolcezza e profondità storie sorrette dall’animo sfaccettato e naif di protagonisti ancora in piena evoluzione psicologica, impreziosendo le loro insicurezze fino a far provare al pubblico una nostalgia che non ha niente a che fare con quella delle scuole superiori. Nel fare questo, mantenendo una cifra stilistica che lo eleva al ruolo di autore e riferimento in molta della cinematografia “chic” contemporanea, il regista si afferma come una delle menti cinematografiche più eclettiche attuali.

Con un dinamismo aderente alla propria evoluzione personale, Van Sant fu capace di coniugare un pubblico giovane e ancora legato ai film drogherecci con una storia come quella di Drugstore Cowboy (1989) o di My Own Private Idaho (1991), dove trova la sua massima espressione un fulmine compianto come River Phoenix. Sei anni dopo, con un film a budget elevato e un cast di grande attrattiva internazionale denso di nomi come Matt Damon e Robin Williams, Will Hunting, arriva tessendo una trama poco in linea con i propri stilemi e di larga utenza, snaturandosi, forse deludendo qualcuno.

Segue l’anno dopo un remake di Psycho, rigettato dalla critica, che entra nella storia per la sua totale aderenza al copione e alla regia originale, come risposta provocatoria alla tendenza di fine anni ’90 di rivisitare molti classici che non dovevano essere toccati, creando pellicole da dimenticare. Messo in cassaforte anche quell’incasso, Gus Van Sant, carico di mezzi ed esperienze, esplode, riuscendo finalmente ad arrivare a un largo pubblico con un cinema autoriale come pochi hanno saputo fare a quell’epoca.

Con delle colonne sonore e una fotografia sempre e da sempre impeccabili ed evocative, alternando film che affrontano di petto la tematica dell’omosessualità di cui il regista si fa carico fin dagli esordi con film come Milk (con uno splendido Sean Penn), con gioielli di decostruzione temporale con giovani e complessi protagonisti come Elephant (trionfo al festival di Cannes nel 2003) e Paranoid Park, Van Sant fa quello che vuole: coi produttori, con il proprio pubblico, con le logiche di mercato e con sé stesso.

Oggi sessantaseienne, la sua lezione in campo artistico è preziosa, da interiorizzare come sanno interiorizzare l’esperienza i protagonisti che animano la sua fantasia cinematografica: usare l’arte come espressione di un sé sfaccettato, con la giusta maestria, e riuscire a parlare a ogni singolo fruitore con un linguaggio personale e sempre differente.

Carlotta Magistris