Voto

7
 

Colors non è nato sotto una buona stella, soprattutto a causa di una gestazione durata quattro anni e iniziata ancor prima che il polistrumentista vincesse nel 2015 il Grammy per l’album dell’anno con Morning Phase, piccolo gioiellino folk rock. Dalla sua, però, il tredicesimo lavoro di Beck ha una caratteristica fondamentale, uno stampo catchy (ma non per questo dozzinale) che pervade il sound del disco: la disinvolta scorrevolezza.

Staffettista tra il folk (Sea Change, 2002 e Morning Phase, 2014) e l’alternative (Odelay, 1996), la carriera di Beck ritrova nuova linfa vitale grazie a brani uptempo come la titletrack, in cui gli abbellimenti originati dai flauti e il drumming trascinante non lasciano alcun dubbio: anche Beck Hansen ha ceduto al fascino redivivo degli ‘80s, teoria che trova conferma nelle successive Seventh Heaven e nel pop rock alla Police di No Distraction.

Ma sono ancora le scorribande stilistiche l’asso nella manica del songwriter di L.A., ed ecco che nel calderone finisce anche l’hip hop, ripreso nel bislacco rapping della strofa (“I’m so free now/I’m so free now/and the way that I walk is up to me now”) che precede il ritornello di I’m So Free e in Wow, in cui Beck strizza l’occhio alla trap. Non mancano però i momenti più tradizionali, come il pop funk da stadio di Dreams, la beatlesiana Dear Life e la sognante Up All Night.

Beck si diverte e torna a divertire, realizzando un album spontaneo e gioioso.

Christopher Lobraico