Voto

8.5

Nella calura dell’estate italiana fra i palchi de L’amore e la violenza tour (allora non era ancora il volume uno di due) e le camere d’albergo, il trio Bianconi-Bastreghi-Brasini, in arte Baustelle, ha inciso un nuovo album che si sposa con il precedente. L’amore e la violenza Vol. 2 segna con “dodici pezzi facili” (come in copertina) l’ultimo passo compiuto dal gruppo toscano, che si conferma emblema e sintesi del pop moderno italiano.

Nel Vol. I c’erano il gioco del “sopravvivere alle stragi” (l’era dell’acquario) e la leggerezza volutamente ostentata di brani come La musica sinfonica (quasi preso in prestito dalla discografie di Dalida o Viola Valentino), il riso amaro di chi esorcizza coi rondò e la tenerezza delle ninna nanne (Ragazzina, dedicato da Bianconi alla figlia) i malesseri di quei tempi urlati e livorosi, le immagini delle stragi e dei corpi restituiti dalle onde.

Qui, invece, non c’è una violenza universale a fare da protagonista, anche se la traccia strumentale d’apertura rischia di portarci fuori strada. È l’amore il fulcro del disco: l’amore nella sua voracità distruttiva, l’amore come un Minotauro che trangugia i suoi tributi umani (“la pelle di Veronica, gli occhi di Veronica, l’ombra di Veronica”) e che diviene vittima di se stesso come nell’Aleph di Borges, trasfigurandosi da custodito a custode della sua prigione.

I Baustelle non si accontentano di pescare nelle sonorità anni ‘70 e nei sintetizzatori, ma scavano anche nel loro passato: nella claustrofobia dei luoghi labirintici e nei sentimenti velenosi del remoto Sussidiario (Jesse James e Billy Kid). Un album sull’infinità dei corridoi dell’anima in cui aspettiamo che arrivi chi ci prenda per mano e ci porti via, lontano, a ritrovare la libertà “di fumare, drogarsi, uscire a bere”.

Margherita Cardinale