Voto

6

Apparentemente la classica storia da teenager, come il trailer vuole farci credere: un ragazzino – complimenti a Marco Todisco per l’interpretazione –sfigato e cicciottello, che si impegna nello studio e gioca a pallone con gli amici si innamora della ragazza più popolare della scuola, bella, bocciata un paio di volte, e con atteggiamenti da pseudopunk ribelle. I due si uniscono per superare la temutissima interrogazione dell’insegnante di italiano, che sfoga la propria frustrazione massacrando gli alunni.

Niente di nuovo, sembrerebbe, eppure Jublin riesce a prendere tutti gli stereotipi legati all’età adolescenziale – quelli che purtroppo abbiamo visto negli orrori di Moccia o Muccino – e ribaltarli, per giocarci con tagliente originalità al limite del grottesco.

Grazie soprattutto a crudeli dialoghi costruiti con raffinato cinismo, lo spettatore può godersi un’ora e mezza di risate, anche esilaranti, ma intrinsecamente amare: nel momento esatto in cui si smette di sorridere e l’euforia abbandona la mente, ci si rende conto che non c’era nulla di cui ridere, ma solo parole profondamente infelici sulle quali riflettere.
Infatti Jublin in questo suo primo lungometraggio – dopo il corto Il supplente nominato agli Oscar 2008 – vuole rappresentare in modo indiretto, al di sotto una patina protettiva di comicità, l’Italia de “non è il momento”, schiava del denaro – ammiccando ai grandi romanzi ottocenteschi, in particolare a Il Rosso e il Nero di Stendhal – della pigrizia e della paura, di chi se ne approfitta, dei gesti fatti solamente per averne un tornaconto ben calcolato. Questa Italia si scontra e si confronta in Banana con l’Italia dei sognatori come il piccolo-grande protagonista, di chi non vuole credere che “fa schifo tutto”, di chi vede il bello delle cose, di chi si fida, dei “poveri illusi”, dei disinteressatamente buoni, di chi sceglie di giocare in attacco e non in difesa come i brasiliani anche se, a differenza loro, non fa mai goal.

b
Banana vuole scappare dal grigiore della vita in cui sembrano intrappolati tutti gli altri personaggi, ma senza scendere a compromessi. E il messaggio di tutto il film si riduce proprio a questo unico quesito: è possibile raggiungere la felicità senza tradire sé stessi? Banana ci prova davanti ai nostri occhi e, nonostante l’amara delusione, ci riproverà ancora, nella convinzione che basti essere felici per una cosa, e sarà poi quel qualcosa a illuminare tutto il resto. Forse è davvero solo un illuso, forse dovrebbe ridimensionare le proprie aspettative e rendersi conto che uno come lui non potrebbe mai avere una ragazza come lei, che uno come lui non potrebbe mai giocare a calcio come un brasiliano.
Ma con la sua tragicomica vicenda Banana e, insieme a lui, Jublin sbattono in faccia a quell’Italia, che continuamente si autocensura convinta che tutto ciò che sia italiano “fa schifo”, che quando siamo tutti nel fango qualcuno riesce comunque a guardare le stelle, e quel qualcuno sarà l’unico ad avere anche solo la possibilità di essere felice. Tutti gli altri se la sono già giocata, e dal fango sicuramente non usciranno mai.

Benedetta Pini