Voto

6.5

Per farsi un’idea di Testing, il nuovo album di A$AP Rocky, bisogna immaginare di trovarsi all’interno di una galleria d’arte: esasperazione delle intuizioni dell’artista, le opere esposte sono così intime e personali da risultare troppo ermetiche alla maggior parte del pubblico. A$AP Rocky ha smesso di essere solamente un rapper e, in piena deriva alla Kanye West, ha deciso di scolpire ogni canzone facendosi trascinare solamente dal proprio terzo occhio, da ciò che lo ha sempre affascinato anche se non strettamente legato alla musica – come l’arte e la moda –; una direzione ostinata e contraria rispetto a LONG.LIVE.A$AP e AT.LONG.LAST.A$AP.

Rocky si conferma maestro nella tecnica e nella scrittura, lasciando però troppo spazio alla self expression e a uno storytelling che modifica la propria chiave narrativa a ogni traccia. Calldrops è un trionfo di suoni gracchianti e disturbati, una traccia sintomatica del passaggio da musicista ad artista compiuto da Rocky: una chitarra che sembra uscita da Innerspeaker dei Tame Impala accompagna la voce registrata di Kodak Black, che si mischia a quella di una segreteria telefonica. Una lacrima del “vecchio” A$AP Rocky la si ritrova in Praise the Lord, uno splendido duetto insieme a Skepta che richiama le atmosfere dei primi album, come se a produrla fosse stato il compianto A$ap Yams.

Dopo la parentesi dirty south di Gunz N Butter i baccanali di rap e rime degradano verso la sperimentazione e il cubismo assoluto, rivelando quello che è il vero flacko-pensiero. Kids Turned Out Fire e, soprattutto, Purity – con il cammeo di Frank Ocean e il sample di I Gotta Find Peace of Mind di Lauryn Hill – rappresentano il tentativo più marcato da parte di Rocky di creare la propria personale Guernica, ma la confusione finisce per sopravanzare il messaggio. Testing non è la chiusura di un cerchio, bensì un’opera prima che, con qualche incertezza ma tanto coraggio, è la genesi del nuovo A$ap Rocky.

Matteo Squillace

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