Voto

8

A cinque anni di distanza da AM, già allora etichettato come album della maturità, gli Arctic Monkeys si ripresentano sulla scena con il lavoro che determina la loro svolta artistica: abbandonano le giacche di jeans e le chitarre per abbracciare un’esperienza musicale nuova. Alle orecchie più attente non saranno sfuggite alcune opache anticipazioni accennate in AM (No. 1 Party Anthem, I Wanna Be Yours), ma adesso è tutto diverso: Tranquillity Base Hotel & Casino è il locale notturno e sinistro in cui Alex Turner e compagni suonano, a cavallo tra passato e futuro, tra la periferia di High Green e le colline di Hollywood.

Il taglio del disco è evidente sin dalle prime strofe di Star Treatment: la preminenza assoluta del cantato crea un’atmosfera teatrale in cui si inseriscono i monologhi di Alex Turner. A metà fra il noir e il melodico, il piano domina la scena, ora accompagnando linee vocali e fraseggi tutti chitarra e basso (Tranquillity Base Hotel & Casino, Golden Trucks), ora interpretando riff iconici (Science Fiction, She Looks Like Fun). Turner racconta del passato britannico e del presente americano: i due ambienti si contaminano a vicenda nelle liriche, generando uno spazio sonoro in cui si inseriscono riflessioni sulla società, sulla fama, sull’inquietudine del cantante (“Life became a spectator sport”, Batphone). Le tracce si incatenano in un susseguirsi quasi seriale, che trova il grand final nella ballata The Ultracheese.

Un record che stupisce per la maturità della band e in particolare di Turner, il cui songwriting raggiunge apici dal livello altissimo.

Riccardo Colombo