Voto

7
 

Gli Arcade Fire, citando Stephen King e Stanley Kubrick, hanno sempre avuto lo “Shining”; una sorta di preveggenza sulle tendenze musicali del panorama alternative che gli ha permesso di ottenere riconoscimenti inaspettati (Grammy Award all’album dell’anno nel 2011 per The Suburbs) ed essere apprezzati sia dal grande pubblico, sia da quello di nicchia, diventando persino la band preferita di David Bowie.

Ed è proprio il legame con il Duca Bianco che in Everything Now si fa più sibillino: se in quel tripudio di sintetizzatori che fu Reflektor la connessione risultava essere più di una semplice influenza – anche grazie ai cori che Bowie volle fortemente registrare per la titletrack del disco –, in questo quinto album in studio è il citazionismo a fare da filo conduttore. Nel 1983, infatti, Let’s Dance di David Bowie segnò una svolta dance rock che decretò il suo successo commerciale a livello mondiale, e le sonorità di Everything Now potrebbe significare lo stesso per gli Arcade Fire.

Per la prima volta è il funk a prevalere sulle numerose influenze della band: nei tredici brani dell’album non c’è traccia della matrice folk di Funeral e Neon Bible, mentre è il ritmo delle linee di basso moleste – e un po’ ruffiane – e delle influenze afro, che colorano i momenti più ispirati del disco, a spadroneggiare sin dalla titletrack, passando per Signs of Life, Good God, Damn e il reggae di Chemistry, provocando nell’ascoltatore un irrefrenabile istinto di ballare. Sono principalmente due, invece, gli episodi che prendono le distanze dal mood del disco: Creature Comfort, dance rock al retrogusto di Xanax, e una breve comparsata country nella seconda parte di Infinite Content.

Con Everything Now la band di Montreal decide di osare sfidando il pubblico più restio ai cambiamenti, ma sempre mantenendo un alto tasso di qualità.

Christopher Lobraico