Torinesi nel corpo ma extraterrestri nell’anima, gli Indianizer sono un progetto difficilmente classificabile. Psichedelia, latina, kraut, post-rock: tutto si fonde in un tripudio di suoni ed emozioni. Hanno all’attivo due EP e due album full-length, anche se probabilmente la vera dimensione degli Indianizer è la sregolatezza del live, dove è possibile lasciare le redini della mente. Arriveranno a bordo di navicelle spaziali ad APE nel Parco martedì 19 giugno. Per l’occasione, li abbiamo intervistati.

Da che cosa ha origine il vostro progetto?
È il nostro modo per staccare la testa da ciò che ci circonda, far volare la fantasia e l’immaginazione. Rispecchia il desiderio recondito di avvicinarci a qualcosa che non esiste, se non nelle nostre menti. Tutto ciò si riversa in una condizione di trance derivata dal ballo e dal ritmo forsennato. Non a caso il nome contiene al suo interno le parole “India” e “indiani”: nel primo caso indica una sorta di ricerca spirituale, nel secondo simboleggia l’appartenenza a una tribù, anche se solo per un’ora.

Psichedelia, stoner, jangle. Da quali ascolti deriva un sound così variegato come il vostro?
Arriviamo dal rock e quella è la nostra attitudine: sfogo, autoaffermazione, energia inebriante. La vera chiave di volta, per noi, è stato scoprire che in America Latina (salsa, cumbia, calypso) e in Africa (afrobeat, zouk, la disco nigeriana) esistono tradizioni, contaminazioni e innovazioni musicali che rispecchiano la stessa attitudine del rock’n’roll, forti però di una pulsazione ritmica più profonda, oscura e divina. La musica psichedelica è il razzo propulsore che ci fa viaggiare verso galassie ancora sconosciute.

Fare musica in inglese, soprattutto con un genere come il vostro, sembra una vera sfida nell’Italia attuale; tuttavia alcune uscite recenti (Vanarin, Mòn e Bonsai Bonsai, per citarne alcuni) fanno capire che è in corso un cambiamento. Cosa pensate del panorama discografico che vi trovate davanti?
Cantiamo in inglese, ma anche in spagnolo e in alcuni frangenti utilizziamo parole inventate da noi come se appartenessero a una lingua aliena. Attualmente in Italia la musica cantata in madrelingua ha maggior risonanza, e non è affatto male. Alcuni artisti stanno esplorando nuovi territori all’interno della lingua italiana (Iosonouncane, Christaux, Andrea Poggio). Ci sentiamo però più vicini a etichette discografiche estere come soundway o Bongo Joe, invece che Bomba Dischi. Per quanto ci riguarda l’Italia è una parte del tutto. Abbiamo già suonato in Francia e Svizzera più volte e si stanno delineando tour in Inghilterra, Olanda e Germania. Lavoriamo con delle agenzie (Asap Arts e Zuma Bookings) che ci supportano molto, e che ringraziamo. Magari prima o poi riusciremo ad andare anche in Colombia…

I vostri live sono onirici, pieni dei suoni più disparati, con lunghe cavalcate sonore. Come nasce un live degli Indianizer?
Nasce dal desiderio di creare un dancefloor intelligente, scatenato e incontenibile ma capace di ascoltare anche con gli occhi. Quando siamo in sala prove ci abbandoniamo all’improvvisazione e riversiamo poi tutto nelle esibizioni dal vivo. In ogni caso è il breve lasso di tempo del concerto a dettare le regole del nostro live. È un’affermazione ricorsiva e può sembrare banale, ma è proprio dopo aver fatto ballare il pubblico per due ore e mezza che capisci cosa funziona e cosa no.

La parte visuale dei video e dei vostri live è molto curata e trova uno sposalizio felice con la vostra musica. Quali sono le dinamiche che vi portano a scegliere la giusta immagine per la giusta nota?
Il caos, non scherzo! In realtà abbiamo dei visual che utilizziamo dal vivo, che sono stati realizzati o concepiti apposta. Non c’è un disegno umano dietro. Proiettiamo immagini caleidoscopiche o di frattali che si inseguono e proprio la mancanza di una visione univoca e definitiva genera le sorprese più belle. Magari sono gli alieni che comandano la consolle!

Federico Bacci