Alexander Kluge è un todocampista del cinema: regista, attore, sceneggiatore, produttore e saggista. I suoi impieghi e le sue capacità stentano a trovare una classificazione definita e gli sono valsi un Leone d’oro a Venezia nel lontano 1967 e un Orso d’oro alla carriera al festival di Berlino nel 2002. Un amante e teorico del cinema che apre le porte della propria mente ai lettori di Antico come la luce, un centone che ripercorre l’intera storia della settima arte, dagli esordi alla rivoluzione digitale. Il parco di personaggi è strabiliante e mostra fin da subito il nucleo d’interesse della raccolta, che si svolge tra un amabile piglio aneddotico slegato e la progressiva costruzione di un vero e proprio inno all’arte cinematografica. Abbiamo scoperto questo volume nella libreria Virginia e Co. di Monza, e lo abbiamo letto tutto d’un fiato.

Le storie, divise per macroargomenti, illustrano come il cinema abbia accompagnato per più di un secolo la storia dell’uomo, permettendogli allo stesso tempo possibilità di fuga nella finzione e racconto puntuale, spesso tragico, della realtà. Così può emozionare la storia del cinema Eldorado di Beirut, dove un nugolo di spettatori riuscì a sconfiggere il rombo assordante dei bombardamenti riunendosi in una sala di proiezione tra mura dilaniate dalle esplosioni e consumando le poche pellicole disponibili in un continuo riuso che, malgrado tutto, riuscì ad animare la magia della macchina da presa.

Ed è proprio un principio magico quello del cinema, la messa in moto di un incantesimo strabiliante, di una fattura “antica quanto la luce del sole e le rappresentazioni del chiaro e dello scuro nelle nostre teste”. Kluge sembra voler superare quella che è la manifestazione materiale del cinema, intendendolo invece come pura arte che “cattura l’elementare: la pioggia, le storie d’amore, i colori, le scale di grigio, gli attimi”; un’arte che attiva nell’uomo una sensibilità primordiale, nata ben prima degli esperimenti dei fratelli Lumière. Così assume un altro sapore, per esempio, l’aneddoto che racconta la vecchiaia di Fritz Lang, complicata da una perdita graduale della vista. Il grande cineasta fu dunque costretto ad abbandonare alcuni progetti imbastiti ma non concretizzati e si rinchiuse in se stesso, nutrito solo dal proprio occhio interiore, che gli permetteva di continuare a vedere scavando nel passato e nelle possibilità dell’immaginazione. A nulla servì una conversazione con Godard, che si ripromise di fare da tramite tra gli occhi spenti del genio tedesco e la macchina da presa, salvo poi farsi stregare dalle proprie idee e abbandonare il progetto, lasciando per sempre nell’ombra quelli che sono a tutti gli effetti dei film non-nati.

Si costituisce così, pagina dopo pagina, uno sguardo strabiliante su un’arte che è allo stesso tempo tecnica e magica, artificiosa e reale; capace di annullare o perlomeno confondere le linee di demarcazione tra verità e finzione, menzogna. Sintomatica è la storia di Harry Liedke, crivellato di colpi da una pattuglia di soldati russi, perduto nella mancata distinzione tra set e vita reale. Surreale è la leggenda di una pellicola scomparsa firmata da Fassbinder, che doveva essere distrutta e tuttavia vive, portando con sé la maledizione di uno sciamano assetato di vendetta. Il tentativo di Kluge è quello di mostrare “qualcosa”, una luce che illumina la storia del cinema ma ne trascende i limiti storici; quel “qualcosa” che vedono “i bambini quando nascono e i vecchi quando muoiono”, dice Godard intervistato dall’autore.

Ambrogio Arienti