Voto

7.5

Se in Film Socialisme (2010) e Adieu Au Langage – Addio al linguaggio (2014) c’era ancora una tensione verso la finzione, Le livre d’image si spinge oltre: l’ultimo lavoro di Jean-Luc Godard è interamente composto da materiale audiovisivo preesistenteclip tratte da film, documentari e reportage, per la maggior parte brutali –, accompagnato da frammenti di musica e commenti parlati dello stesso regista.

Le livre d’image è, almeno per la prima metà, moderatamente più accessibile rispetto agli altri recenti lavori di Godard: i filmati scelti, spesso familiari, risultano facilmente intellegibili e la voce roca del regista ormai 87enne trasporta idealmente lo spettatore nella sua sala di montaggio in Svizzera, dove lo immaginiamo giocare all’infinito con le scene di Johnny Guitar, Un bacio e una pistola e Vertigo – La donna che visse due volte mentre i suoi assistenti gli portano immagini sempre più brutali tratte dalla vita reale

Fulcro di questa impresa è il desiderio di Godard di “pensare con le mani” – come osserva inizialmente in voice over –, tornare al montaggio cinematografico inteso come riutilizzo di vecchie immagini per fini alternativi – ed è questo il senso che attribuisce al termine remake. Ora che le nuove tecnologie digitali hanno aperto infinite possibilità creative al linguaggio, anche visivo, Godard interviene direttamente sulle immagini, cambiando la velocità con cui si susseguono, schiarendo e oscurando la loro luminosità, colorandole, rimuovendo il suono che le accompagnava. Tra il divertissement e la volontà di enfatizzare certi momenti, Godard bombarda lo spettatore con le immagini; tra foto, citazioni, estratti di film noti o rari. Disturbante la scelta di giustapporre uccisioni fittizie (alcune tratte dalle sue opere precedenti) e reali (come spezzoni di video delle esecuzioni dell’ISIS) per riflettere sui meccanismi selettivi che soggiacciono alla memoria personale e collettiva, soprattutto quando si relaziona con la morte.

Tuttavia Godard, nel suo commento, ricorda più un brillante creatore di slogan che un pensatore politico e riflessivo. Le sue immagini, violente e impressionanti, spingono ad allontanarsi sempre di più da un approccio razionale e analitico e portano lo spettatore a concentrarsi solo sull’aspetto visivo, allontanandosi da quello argomentativo. Un tipo di fruizione imposta dallo stesso Godard, che infatti sceglie di sottotitolare in inglese solo una porzione del suo commento vocale: perché, in fondo, quest’opera è un libro di immagini, non di parole.

Dopo circa un’ora, lo scorrere visivo de Le livre d’image si blocca, per concentrarsi principalmente sul “paradiso perduto” dell’Arabia. Il tenore del film cambia in modo significativo, diventando paradossalmente più specifico e più vago allo stesso tempo su quale sia il suo intento. Le banalità si accumulano e, qualunque cosa Godard stia cercando di dire e di fare in questi ultimi 20 minuti, è privo di coerenza; come se si trattasse di un film diverso rispetto alla prima sezione.

Il finale, preso da Le Plaisir (1952) di Max Ophuls, trasmette una carica di rinnovamento. Un uomo balla e rotea freneticamente finché non crolla, per esaurimento o per estasi: è Godard, l’ultimo uomo ancora “in piedi” della Nouvelle Vague. Un momento che trasuda l’amore sconfinato del cineasta per le immagini: togliendo l’audio per ottenere il massimo effetto rimane solo l’immagine, a ricordarci che, a volte, il cinema può essere anche così semplice.

Anna Bertoli

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