Voto

7

Grazie alla manifestazione “Le vie del cinema”, organizzata dal comune di Milano, siamo riusciti a vedere in anteprima nazionale il film vincitore del Leone d’oro alla 72a Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, Desde allá.

Tema portante nonché alla “ti piace vincere facile” è l’omosessualità, affrontato durante il festival, con un taglio decisamente diverso, anche da The Danish Girl. Ambientato nella periferia di Caracas, polarizzata tra ricchissimi e poverissimi, in cui vigono bigottismo e omofobia, racconta una potente storia di attrazione e repulsione tra un uomo adulto, Alfredo Castro (Pablo Larrain), e un ragazzino, Elder (Luis Silva). Oltre a essere interpretati da due attori dalle carriere molto diverse – Silva, a differenza del navigato Larrain, è “solo” un esordiente –, i due protagonisti possiedono due personalità agli antipodi culturalmente, socialmente e anagraficamente, ma anche e soprattutto caratterialmente: l’esuberanza fisica di Elder è in netto contrasto con il rigorismo freddo di Alfredo. Eppure hanno qualcosa che li accomuna e che li attrae reciprocamente: una sofferta crisi di identità sessuale e la ricerca di una figura maschile di riferimento (paterna l’uno, filiale l’altro).

Si delinea così un rapporto dalla straordinaria evoluzione che, prima indirizzata al ribaltamento di ruoli – chi prima fugge poi insegue –, si rivela poi essere un moto puramente circolare. Alfredo risulta subdolo e viscido fin dalla prima sequenza – in cui si procura un orgasmo osservando un ragazzino seminudo girato di spalle –; progressivamente emerge la sua vera natura di uomo fragile segnato da un passato tormentato, che non accetta la sua omosessualità e cerca di reprimerla o di contenerla il più possibile – guardare e non toccare –, e che ha per questo rinunciato a ogni tipo di legame, ritrovandosi tremendamente solo e dissociato dal mondo. Elder riesce però a rompere quel muro di apatia ed egocentrismo, raffinatamente trasmesso dall’uso delle sfocature come simbolo della limitatezza dello sguardo dell’uomo, e porta Alfredo a cedere alla passione. Errore imperdonabile, che frantuma il sottile equilibrio tra i due: Alfredo ha permesso a qualcuno di entrare nella sua intimità e addirittura di agire, di rivestire un ruolo attivo all’interno della sua vita; solo con un’irruzione della giustizia e il ritorno all’odiosa apatia iniziale potrà “depurarsi”.

Una regia forse non all’altezza del Leone d’oro, ma comunque degna di nota. Lorenzo Vigas punta molto sul non detto, su lunghi silenzi e sguardi penetranti, sui dettagli pregnanti, sulla relazione tra campo e fuori campo, su un uso evocativo delle immagini e sulla lentezza mai pesante richiesta dalla situazione stessa. Un uso completo e intelligente del linguaggio cinematografico: riesce a rendere credibile una storia che vera non è e a rifuggire un facile didascalismo che avrebbe distrutto completamente la delicata e potente emotività della pellicola. Certo, non è un film di facile fruizione; viene interpellata la sensibilità dello spettatore a “unire i puntini”, come solo i grandi film sanno fare – meglio di Vigas, ma è sulla buona strada.

Benedetta Pini