Realizzare una pellicola che parli di traffico di esseri umani e violenza sulle donne senza cadere nella superficialità o nell’estetizzazione, come spesso accade, è un’operazione ardua. Ma la sensibilità del regista Charles-Olivier Michaud riesce a dissociarsi completamente da questo atteggiamento, assumendo un carattere documentaristico e imparziale, da osservatore onnisciente, e mostrando un ritratto consapevole del lato oscuro del sud-est asiatico.

Il personaggio chiave è Anna (Anna Mouglalis), reporter che rimane coinvolta nella tratta di esseri umani, subendone le violenze. L’interpretazione della Mouglalis rende giustizia alla poliedricità dell’animo umano, spogliata com’è di quell’appariscenza hollywoodiana che avrebbe reso il personaggio grottesco e superficiale. La sceneggiatura non ricorre a dialoghi enfatici, spogliati persino della colonna sonora: le immagini parlano chiare, e ancor più le cicatrici sui volti. L’unico manierismo che il film si concede è quello della fotografia e dei cromatismi di eco fincheriana.

Anna è un racconto viscerale, credibile e brutale, a tal punto che la sua visione risulta difficile da affrontare. La complessità di Anna, che passa dalla sofferenza alla consapevolezza e dalla rabbia alla vendetta, è specchio del caleidoscopico animo femminile, che coinvolgerà appieno lo spettatore sino al climax finale. Ma la forza di Anna risiede soprattutto nella sua capacità di trasporre sullo schermo l’essenza della violenza: travalicare la volontà altrui.

Daniela Addea

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