1. Al di là di ogni ragionevole dubbio

La miniserie ideata da Ryan Murphy solleva diversi quesiti, rendendo di fatto imperativo il binge watching. Le puntate si strutturano in maniera cronologica, soffermandosi sulle vicende socioculturali che hanno reso il processo a O. J. Simpson (Cuba Gooding Jr.) tra i più emblematici e seguiti nella storia statunitense. Spettacolarizzato e analizzato da ogni genere di media, il caso assume con American Crime Story una veste analitica dal tenore oggettivo: non serve alimentare la drammaticità della vicenda attraverso la macchina hollywoodiana, perché i ci avevano già pensato i media nel 1994.

2. “I’m not black, I’m O. J.”

Innanzitutto, le vicende narrate dalla serie sono realmente accadute: ad esempio, il “TIME” ha davvero scurito O. J. Simpson nella copertina del loro numero del 27 giugno 1004 e la dimora dell’imputato venne resa più “nera” agli occhi della giuria per rafforzare la tesi della discriminazione razziale. American Crime Story, sin dal pilot (Dalle ceneri della tragedia), punta il dito contro la società, denunciando squilibri quotidiani da cui non siamo così distanti neppure oggi: la scelta di utilizzare filmati di repertorio dimostra di voler creare un parallelo tra il clima razziale degli Stati Uniti degli anni ’90 e quello attuale, specialmente nel caso degli scontri tra cittadini neri e polizia. La difesa sfrutterà in suo favore questo contesto, insistendo sulla race card piuttosto che sulle prove schiaccianti date dal DNA per fare apparire Simpson come un martire.

3. Marcia, Marcia, Marcia

L’avvocato distrettuale Marcia Clark (Sarah Paulson) si trova in netta opposizione con una corte dominata da uomini: donna decisa che si giostra tra vita lavorativa e privata, il suo equilibrio viene demolito dalla portata mediatica del processo, che comportò un’eccessiva insistenza su dettagli superflui ai fini della soluzione del caso, come l’aspetto estetico della donna. I suoi capelli sono posti morbosamente al centro del dibattito pubblico, criticati e disprezzati. La serie denuncia questa superficialità come monito a tenere chiusi in compartimenti stagni i diversi aspetti (più o meno importanti) di un processo, in modo da non influenzare il giudizio. Questa posizione complessa della donna fa scaturire un’unica riflessione: se Marcia fosse stata un uomo, le sorti del processo sarebbero state diverse?

4. Dietro le quinte
 

La serie non dimentica chi ha subito il processo indirettamente e racconta anche la loro storia. In primis lo stress psicologico della giuria (Una giuria in prigione), i cui membri non potevano parlare tra di loro, vedere i rispettivi coniugi, bere alcool, usare la televisione e il telefono, composta in parte da giurati che mentirono alle domande di ammissione pur di farne parte: molti erano vittime di abusi o abusatori, le cui opinioni rallentarono parecchio la macchina burocratica, generando diverse tensioni interne. La serie racconta anche del clan Kardashian, seppur in maniera indiretta ed equilibrata, senza cadere nel becero gossip: la storyline viaggia perlopiù su binari paralleli rispetto a quella principale, scontrandosi solo in alcuni momenti, in modo da garantire una visione a 360 gradi dell’intero caso.

5. Il verdetto

Il leitmotiv del razzismo e della discriminazione permette alla serie di mostrare la parte politicamente scorretta degli Stati Uniti attraverso episodi ricchi di tensione, lenti e vorticosi allo stesso tempo. In particolare, American Crime Story riflette sul concetto di giustizia e sul suo fallimento nel momento in cui subisce una spettacolarizzazione così spietata: quanto si parlò di O. T. e quanto della tragica morte di Nicole Brown?

Daniela Addea