Voto

8

Se non siete disposti a considerare la musica un’operazione innanzitutto intellettuale, che si (e ci) interroga sugli aspetti più oscuri del reale, avendo come fine quello di investigare il senso ultimo della realtà e il funzionamento delle relazioni causali che ne consentono l’esistenza, allora Glass non è il disco che dovreste ascoltare.

La performance è stata registrata in presa diretta nella Glass House di New Canaan (Connecticut) e il video che affianca l’album, documentando la prestazione dei musicisti, aiuta a chiarificare alcuni degli elementi di riflessione che si direbbero introdotti in forma allusiva da Alva Noto e Ryuichi Sakamoto. L’entità del rapporto tra natura, uomo e macchina è, ad esempio, la prima questione che l’esecuzione istantanea di Glass sembra sollevare. Il fruitore vede e ascolta i musicisti manipolare apparecchi elettronici, strumenti acustici (campane tibetane e cembali) e l’ambiente circostante (Sakamoto sfrega con delle bacchette di gomma le pareti in vetro della stanza), ma quello che accade sotto i suoi occhi è ambiguo.

Questi dinosauri dell’avanguardia mostrano infatti di saper maneggiare superbamente gli oggetti e lo spazio circostante e di averne appreso le proprietà acustiche, ma il loro approccio alla composizione è del tutto sperimentale: non sanno quale sarà l’effetto prodotto dai suoni nella loro interazione finché la suddetta relazione non si concretizza. Attraverso l’estetica free-form di una musica improvvisata, durante la quale non tutto può essere previsto e dominato, viene dunque illustrata la possibilità di controllare la realtà soltanto in modo parziale.

Sakamoto e Noto sembrano inoltre affrancarsi dal concetto di musica come arte temporale: il tempo non è rilevante in Glass, un’opera che avrebbe potuto interrompersi dopo pochi minuti o durare all’infinito. Quel che conta è invece la dinamica spaziale dei suoni, il modo in cui le loro geometrie costruiscono ambienti che rispondono alle stesse dinamiche percettive su cui è strutturata la realtà, facendo della musica un’arte plastica.

Glass solleva questioni e offre in parte soluzioni, ma rimane saldo nel terreno dell’incertezza, consapevole di muoversi all’interno di un percorso musicale – iniziato con Vexations (1968) di Erik Satie e arrivato fino a Reflection (2017) di Brian Eno – che, seppur capace di resistere al cambiamento e di spiegare con perspicacia sempre crescente qualcosa dell’universo, deve ancora giungere a compimento.

Federica Romanò