Voto

7
 

Sono passati tre anni dall’uscita dell’album d’esordio Boys And Girls, ma gli Alabama Shakes, con il loro nuovissimo disco Sound And Color, non si sono smentiti: i loro suoni amalgamano sonorità squisitamente soul all’attitudine punk-rock insita in ogni pezzo, dimostrando così di essere degni degli apprezzamenti ricevuti in passato e meritevoli di nuove lodevoli parole.

Sound And Color porta con sé una ventata di novità rispetto al precedente Boys And Girls, ma al contempo è possibile assaporare una continuità tra i due dischi, cosa che è sinonimo di coerenza. Nel primo manca la maturità artistica resa invece manifesta nel secondo, i cui brani diventano sempre più complessi e le commistioni musicali aumentano, andando ben oltre l’accostamento della black music – ottenuta soprattutto grazie alla potentissima voce di Brittany Howard, purtroppo quasi sempre in falsetto, capace di perforare i timpani – con il rock’n’roll, che si serve di chitarre mai eccessivamente distorte e suoni prevalentemente puliti. Le melodie si legano, così, inscindibilmente tra loro, e i molteplici strumenti musicali utilizzati per realizzarle sono davvero ben accostati.

Sound And Color apre le danze con il moderato soul del brano omonimo, che arricchisce con una sezione di archi. Subito dopo, con il singolo Don’t Wanna Fight, gli Alabama Shakes realizzano un movimentato contrasto che si ripeterà per l’intera durata del disco; quest’ultimo, tuttavia risulta caratterizzato da una paradossale uniformità formale data dall’atmosfera soul di sottofondo, che non verrà infatti abbandonata neppure nei pezzi più strong. L’album raggiunge l’apice e trascende i propri confini con Future People, aperta dall’atomica voce della Howard che racconta in falsetto, come da copione, il suo  incontro con amici e parenti morti. Di altrettanta potenza è Gimme All Your Love, nella quale voce e chitarre graffianti esplodono improvvisamente dopo essersi annunciate in toni più pacati.
La frenesia di questi pezzi si placa dolcemente con i deliziosi suoni acustici di This Feeling, risale lievemente soltanto a tratti in Guess Who, si riaccende moderatamente in The Greatest con il suo appena percepibile suono country, per poi passare attraverso Shoegaze ed essere infine pienamente riassaporata in Miss You.

Insomma, quello che di certo non manca agli Alabama Shakes è la qualità, e il risultato di questo duro lavoro è un album coerente ma vario, ben costruito ma con elementi forse un po’ ripetitivi – qualche falsetto in meno non guasterebbe –, completo ma che non segna ancora un punto d’arrivo per questa band.

Federica Romanò