Voto

7

A cavallo tra monster movie – ma atipico – e dramma post apocalittico, A Quiet Place affascina fin da subito lo spettatore con un sapiente uso del suono, istantanea fonte di attrazione per le bestie assassine che hanno invaso la Terra e si celano in ogni dove. Si attua così una rivisitazione del jumpscare caratteristico degli horror moderni: piuttosto che sobbalzare quando appare uno spettro o altre simpatiche mostruosità, ci si trova a temere per qualsiasi possibile rumore; la caduta di un oggetto può essere indice di morte sicura.

L’innovazione più importante operata dal film è da leggere tra le righe, e si ricollega al modo in cui le creature danno la caccia agli umani: la fine del mondo civilizzato moderno coincide con una cappa di silenzio totale, un ritorno a una condizione primordiale (i rumori delle cascate e dei fiumi non causano pericolo, il vociare umano sì).  Chi lo interrompe, muore. Chi si adegua, vive adattandosi. Che il film presenti o meno l’intento di mettere in guardia dai pericoli della modernizzazione e dell’iper industrializzazione, è evidente che uno spirito di rivalsa della natura sull’uomo e sulla sua tirannia pervade l’intera pellicola.

I protagonisti (il regista e attore John Krasinski ed Emily Blunt, ma anche la giovanissima Millicent Simmonds) sono credibili nel trasmettere il senso di coesione familiare e la voglia di resistere insieme al pericolo; sanno che ogni errore anche involontario può costare la vita di tutti. La concatenazione di eventi rende la trama viva, ma a tratti le idee sembrano mancare e la tensione cala, soprattutto nel finale, che viene liquidato frettolosamente. La prevedibilità del soggetto trasforma così un concept sorprendente e coraggioso in una scintilla che non basta a innescare il fuoco.

Federico Squillacioti 

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