Voto

7

Un corpo robusto e massiccio, segnato da cicatrici profondissime che non smettono di tormentarlo, capelli lunghi, barba incolta, occhi incapaci di distinguere tra realtà e allucinazione. Questo corpo animalesco, completamente annichilito e avvilito, tanto da non essere più in grado di comunicare col linguaggio ma solo con rantolii soffocati e violenza, è il corpo di Joaquin Phoenix, ovvero di Joe, un uomo devastato nel corpo e nell’anima da un numero indefinito di stress post-traumatici. Un corpo su cui la macchina da presa della regista Lynne Ramsay insiste senza staccarsi mai: insiste, lo insegue, lo spoglia a ogni inquadratura e lo esplorara in tutto la sua straziante esistenza.

Ex veterano di guerra ed ex agente dell’FBI, cerca disperatamente una redenzione da tutta la violenza di cui è stato imboccato sin dall’infanzia. Per questo si reinventa come “sicario buono” che salva ragazze giovanissime da abusi e prostituzione. Ma i fantasmi del suo passato, ingombranti e irremovibili, gli impediscono di concepire altra arma che non sia la violenza. Un circolo vizioso che non lascia alcuno spiraglio di fuga a Jo, costretto a tornare continuamente su se stesso, sul suo passato e sul suo presente falsamente redentore. Un novello Taxi Driver inchiodato in un contesto urbano tetro, asfissiante e convulso, illuminato solo da glaciali e impietose luci al neon.

Premiata a Cannes 70, la sceneggiatura parte laconica e prosegue sempre più lisergica, allucinata e contorta man mano che si allinea con la focalizzazione di Joe, di una mente malata, preda di continui flashback e allucinazioni deliranti che si intrecciano e sovrappongono alla realtà senza soluzione di continuità. Allo spettatore tocca allora prendere una decisione: continuare sulla strada della razionalità apparente di inizio film e scollarsi dalla vicenda, come di fronte ai deliri di un pazzo, oppure superare l’andamento respingente della narrazione e sprofondare insieme a Joe nel baratro desolante di chi ha superato ogni forma pensabile di disperazione. 

Qualsiasi livello di immedesimazione filmica scegliate, A Beautiful Day procede anarchico e lavora per sottrazione, scrollandosi di dosso tutte le norme del genere in cui sembrerebbe inserirsi, e scardina tutto: niente raccordi, montaggio sincopato, fotografia ruvida, alternanza schizofrenica di allucinazioni soggettive e sequenze oggettive. Finché la trama non si dissolve e rimane solo la disperazione. Una disperazione che rimarrà a lungo incrostata addosso allo spettatore.

Benedetta Pini

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