“I film sono come la vita, un modo di porsi, di stare al mondo”. Questa la filosofia di Pedro Armocida, il direttore della 50+1 Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, tenutasi a Pesaro dal 20 al 27 giugno.

Questa edizione si pone come momento di cesura, per volgere lo sguardo al futuro, al “nuovo” del cinema, che è nelle mani dei giovani; da qui la novità della giuria del Concorso composta esclusivamente da studenti di scuole di cinema. “La 50+1 Mostra Internazionale del Nuovo Cinema vuole essere un festival plurale, condiviso con chi ci lavora, più aperto a voci ed esperienze diverse, più attento a parlare con tutto il pubblico. Rivolto verso il futuro”. Promessa mantenuta: una Mostra ricca di proiezioni e incontri gratuiti aperti a tutti, alla presenza di critici prestigiosi come Adriano Aprà, Federico Gironi, Giona A. Nazzaro, Rinaldo Censi, Fulvio Baglivi, Alberto Lastrucci, Raffaele Meale, Federico Rossin e altri.

Pier Paolo Pasolini a Pesaro

Ed è anche un’edizione speciale: Pesaro torna a essere un “luogo dello spirito”, come il “Pasolini pesarese” l’aveva descritta esattamente cinquant’anni fa quando aveva partecipato attivamente alla Mostra con la sua famosa “relazione di base” sul “cinema di poesia” nel 1965 e introducendo il primo dei tre convegni sulla critica tenuti nelle tre edizioni che vanno dal 1965 al 1967. Oltre a questa piacevole ricorrenza, il 2015 rimanda anche all’orrenda morte del regista, avvenuta quarant’anni fa. Pasolini è anche un “nostro contemporaneo”, un intellettuale disorganico e anticonformista, dalla visione fortemente pioneristica, quasi profetica, la cui arte è ancora vitale e attuale. Pasolini è stato infatti omaggiato in questa edizione, sia come regista che come scrittore, con una retrospettiva costituita da una selezione dei suoi capolavori (Accattone, La Ricotta, La rabbia, Uccellacci e uccellini, Edipo Re, Porcile, Il fiore delle mille e una notte e Salò o le 120 giornate di Sodoma), una tavola rotonda presso il Centro Arti Visive Pescheria, una lettura de La religione del mio tempo tenuta da Pierpaolo Capovilla – frontman de Il teatro degli orrori – a Palazzo Gradari e con la dedica di una sala, la nuova “Sala Pasolini”, all’interno del Teatro Sperimentale.

Una scena del film A Jeune Poete2

In Concorso opere prime e seconde da tutto il mondo. A vincere il Premio Lino Micciché per il Miglior Film del Concorso Pesaro Nuovo Cinema, consegnato nella meravigliosa Piazza del Popolo sotto un caldo cielo stellato, è il giovane regista Damien Manivel con Un jeune poète (Francia 2014), “per la sua eleganza espressiva, la ricerca di un’essenzialità delle forme, ma anche per una specifica cifra autoriale che guarda consapevole al cinema del passato sfociando in un linguaggio narrativo e visivo originale che racchiude in sé la forza della poesia e dell’arte, per un confronto stimolante tra ambienti e personaggi e per un’efficace stilizzazione del reale”. La camera da presa è sempre fissa e le inquadrature – nelle quali predominano i colori celesti – si ripetono identiche:  trasposizione cinematografica della fissità del ragazzo nel suo blocco poetico e nel suo essere estremamente abitudinario. Cerca quindi l’ispirazione in ciò che lo circonda e, attraverso le tombe, nel dialogo con gli antichi – sulla falsa riga di Petrarca, Baudelaire, Du Bellay, Montaigne –, che si trasforma in un incontro con noi spettatori nel momento in cui il protagonista volge lo sguardo in camera. “Non mi sento pronto ad affrontare la vita, ho paura”.
La giuria ha deciso di assegnare anche due menzioni speciali. Una a Terra di Marco De Angelis e Antonio Di Trapani (talia 2015) per la sperimentazione linguistica, “per la sua natura innovativa, la sua complessa mappatura simbolica e per la scrittura visiva che trascina lo spettatore dentro e oltre l’immagine”. L’altra a La madre del cordero di Enrique Farías e Rosario Espinosa (Cile 2014) per l’interpretazione e il cast, “per l’essenzialità, la ricerca della verità e la sua forza emotiva”. Gli altri film in concorso erano Petting Zoo di Micah Magee (Germania/USA/Grecia 2015), Paridan az ertafa-e kam di Hamed Rajabi (Iran/Francia 2015) e La mujer de los perros di Laura Citarella e Verónica Llinàs (Argentina 2015).

Una scena del film Hair

Una delle sezioni più interessanti è stata quella dedicata al regista turco Tayfun Pirselimoglu, un artista multidisciplinare che, infatti, è anche pittore, romanziere e critico letterario. Sono stati proiettati tutti i suoi film: Hiçbiryerde – Innowhereland (Turchia/Germania 2002), Riza (Turchia 2007), Pus – Haze (Turchia/Grecia 2009), Ben o degilim – I’m not him (Turchia/Grecia/Francia/Germania 2013) e Saç – Hair (Turchia/Grecia 2010). Proprio quest’ultimo film ci ha particolarmente colpiti per la sua essenzialità: una pellicola quasi priva di dialoghi e senza colonna sonora, in cui le inquadrature fisse e ripetitive fungono da quadri all’interno dei quali “la vita” scorre autonomamente. È il racconto enigmatico di un’ossessione, attraverso il quale emerge la squisita personalità del regista – che abbiamo incontrato durante una conferenza a lui dedicata. Pirselimoglu ha parlato, con discrezione, delle sue ossessioni e di quanto siano necessarie alla creazione – punto di vista che lo avvicina molto a Dostoevskij – e di come il suo interesse per i polizieschi influenzi le storie da lui narrate. Ha poi smascherato il segreto della sua cifra stilistica: la sincerità di un cinema che non vuole indirizzare o ingannare lo spettatore, ma che si limita a mostrare, così come appaiono, i propri personaggi, che sono lo specchio della società turca, ancora alla ricerca di un’identità.

Una scena del film L'intervallo2

Anche la sezione “Esordi italiani”, dedicata ai film dell’ultimo quinquennio (2010-2015), ci ha fatto scoprire delle pellicole purtroppo poco presenti nelle nostre sale, ma davvero valide.  È degno di nota il L’intervallo di Leonardo Di Costanzo (Italia/Svizzera/Germania 2012) nel suo parlare di mafia in modo delicato ma con profondità e autentica compassione, tramite uno stile documentaristico; la macchina da presa segue durante l’arco della giornata l’avvicinamento di due ragazzi, Salvatore e Veronica, in un edificio abbandonato nella periferia di Napoli, nell’attesa che la ragazza venga giudicata dal clan della zona per una misteriosa colpa. Il meccanismo della malavita emerge così indirettamente e inconsapevolmente dai loro dialoghi essenziali, dai loro movimenti, come una densa nebbia che li avvolge. Due film ci hanno rallegrati con battute brillanti e uno stile un po “caciarone”: Scialla! (Stai sereno) di Francesco Bruni (Italia 2011) e Smetto quando voglio di Sydney Sibilia (Italia 2013). Con qualche difetto, invece, La vita al tempo della morte di Andrea Caccia (Italia 2010). Suddiviso in tre atti, il regista rappresenta la morte attraverso immagini che fanno ancora parte della vita: dalla ripresa sfocata dello scorrere delle stagioni passa alle commoventi e ben riuscite interviste di malati terminali, per poi rovinare l’opera con la banale messinscena in bianco e nero – arricchita da uno pseudo poetico flusso di coscienza in sottofondo – di un frammento della quotidianità del regista stesso, in cui memoria e ricerca di sé vengono a coincidere.

Una scena del film La vita al tempo della morte

Un bel regalo della Mostra – a esclusione dell’anteprima del terribile La nostra quarantena di Peter Marcias (Italia 2015) che vi sconsigliamo vivamente quando uscirà nelle sale – è stata la sezione “Eventi speciali”, costituita da una selezione di film di varie epoche e nazionalità. In particolare, vedere sul grande schermo Lo squalo di Steven Spielberg (USA 1975) e Renzo e Luciana di Mario Monicelli (Italia/Francia 1962) è stata davvero un’occasione unica.

Sezione, invece, più debole è stata “Because the night”, nella quale sono stati presentati film più da ascoltare che da vedere, in cui il montaggio, il rapporto fisico attore-regista mediato dalla macchina da presa e la potenza dell’immagine in senso assoluto giocavano un ruolo fondamentale, a discapito, però, della dimensione narrativa che, totalmente assente soprattutto in Boîte de nuit di Paula Gaitán (Brasile 2015), rendeva la visione difficile e frammentaria.

Una scena del film Boite de nuite13

Infine, l’affascinante sezione “Sguardi femminili russi” racconta come donne di diverso carattere, stato sociale e situazione vivano in questo freddo – in tutti i sensi – Paese e di come affrontino con temperamento stoico ogni problema e situazione drammatica.

Un programma, quindi, ricco e completo; dalle conferenze del mattino sul “nuovo” festival e sulla “nuova” critica dei videoessay ai filmini in Super8; dalla sezione “I corti in Mostra” al vario “Dopofestival” in cui si potevano conoscere e/o approfondire la videoarte, una serie di corti sulle onde del mare, l’etichetta musicale Trovarobato e la realtà aumentata del gruppo Komplex.
Come primo anno di partecipazione alla Mostra è stato decisamente stimolante; torniamo in redazione a Milano soddisfatti, pronti a seguire con più consapevolezza questo “nuovo” cinema di cui tanto si è discusso.

Benedetta Pini e Federica Romanò