“Le chagrin c’est idiot, je choisis le néant, c’est pas mieux.
Mais le chagrin c’est un compromis. Je veux tout ou rien.”

Queste sono le parole usate da Jean-Paul Belmondo aka Michel Poiccard, protagonista maschile della pellicola, per spiegare il proprio stile di vita alla sua “piccola americana” Patricia – interpretata dalla bellissima Jean Seberg. È quindi a lui che Godard affida le parole chiave della sua poetica: una ricerca finalizzata alla provocazione, volta a destabilizzare e ad abbattere tutte le convenzioni cinematografiche esistenti prima del 1960, anno di uscita di Fino all’ultimo respiro – À Bout de Souffle.
Pellicola-manifesto della Novelle Vogue, che riforma drasticamente il cinema d’autore, segue l’intreccio di un classico B movie all’americana, ma stupisce lo spettatore con un linguaggio e una forma del tutto innovativi, anche a distanza di cinque decadi.

Dunque eccovi 5 buoni motivi per cui spendere 90 minuti della vostra vita a vedere un film girato più di 50 anni fa e, tra l’altro, da un francese.


1. Il trailer

Le gentil monsieur, la petite américain, la police, mon ami Gaby, l’aventure… Sono solo alcuni elementi dell’elenco di cose e personaggi che vengono presentai nei due minuti di trailer. Entità a se stanti e senza alcun legame logico tra loro, manifestano già nella loro stessa forma tutta la carica di rottura con il passato che il film rivelò quando uscì nelle sale.


2. La trama

Semplice, senza intrecci complicati né personaggi di cui è difficile ricordare i ruoli – tutti simili e dai nomi complicati –; insomma, a prova di stupido. Un buon incentivo per sedersi comodi e vedere un film in bianco e nero, colori di fronte ai quali spesso ci si ferma spaventati e si finisce a cercare un più attraente “film che fa ridere streaming ita”. Un breve riassunto: Michel Poiccard, alias László Kovács, dopo una serie di furti e l’uccisione di un poliziotto, si ritrova a Parigi per rivedere Patricia, studentessa americana di cui si è innamorato e che vuole portare con sé in Italia.


3. Il linguaggio

Siamo nel cinema ai tempi della rivoluzione de gaullianaFino all’ultimo respiro – À Bout de Souffle, come dirà lo stesso Godard, è “cinema che parla di cinema”, che si interroga sul proprio significato e lancia nuove sfide. È nel modo filosofico e autoreferenziale che si possono trovare le soluzioni narrative di questo film. Le scene sono girate tutte dal vero: i passanti per strada non sono docili comparse, ma veri passanti che fanno i passanti, che si incuriosiscono e, quindi, guardano nella macchina da presa; così come gli attori, che non hanno paura di recitare guardando dritto nell’obbiettivo. Ma, dopotutto, che cosa importa? Tanto è cinema, come dice Godard fin dalla prima inquadratura. 


4. La sequenza della macchina

Punto emblematico della narrazione nonché manifesto di stile della Nouvelle Vague, in questa sequenza i due protagonisti girano su una decappottabile per le vie di Parigi. È l’arma con cui Godard smaschera il cinema confezionato che lo ha preceduto, abbatte i muri del perbenismo accademico e segna un punto fondamentale nella storia del cinema. Il montaggio non ha più rispetto di quello che nel linguaggio tecnico viene chiamato raccordo né della regola dei 180° nell’alternanza tra campo e controcampo durante i dialoghi, e non ci si preoccupa della continuità filmica dell’azione. Viene teorizzato quello che da adesso in poi verrà chiamato jump cut, ovvero: se si apre una porta, nel cinema, non necessariamente bisogna far vedere che questa viene richiusa. 


5. Il sorriso di Patricia alias Jean Seberg

L’americana Jean Seberg, all’epoca ventiduenne, venne innalzata da questa pellicola a vera e propria icona della Nouvelle Vague. La sua carriera, che dopo Fino all’ultimo respiro – À bout de Suffle non vide mai più altri veri e propri momenti di grande successo, fu spesso minata dalla sua personalità instabile, che la portò al suicidio nel 1979. Queste le poche parole che lasciò scritte su un breve biglietto di addio: “Forgive me. I can no longer live with my nerves”. Tranquilla Patricia, con questo sorriso ti perdoniamo tutto.

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Andrea Mauri