Voto

7.5
 

Quella che il regista ungherese Ferenc Török trasforma in immagini è una sceneggiatura architettata su silenzi e insinuazioni. 1945 non si propone infatti come l’ennesima ricostruzione di un passato oscuro e doloroso del Vecchio Continente, né propone una versione della Storia didascalica come potrebbe suggerire il titolo. Basato sul racconto breve Homecoming di Gábor Szántó, la pellicola si concentra sulle ore centrali di una calda giornata di agosto di quell’anno, dedicata al lavoro nei campi e alla celebrazione di un matrimonio.

La quiete domestica di provincia e la serenità delle previsioni sono però interrotte dall’arrivo di due stranieri, due ebrei ortodossi ungheresi che portano con loro due misteriose casse di profumi. L’incedere lento ma deciso del convoglio che li conduce dalla ferrovia al villaggio e poi al cimitero scandisce il ritmo narrativo: come il condannato che avverte il fiato ansante del boia, così gli abitanti del borgo si fanno prendere dalla paura e dal rimorso. Perché gli ebrei sono tornati in paese? Cosa (ri)vogliono? Mentre loro ingenuamente innescano una miccia pericolosa che nessuno saprà spegnerà in tempo, la sicurezza dei personaggi si accartoccerà su se stessa e determinerà il finale della narrazione.

Török costruisce il racconto attraverso l’espediente del non detto, scelta che destina la pellicola a un pubblico maturo e attento alle sfumature. Né cattivi né buoni: la disgrazia riguarda tutti e osserva con occhi funerei anche il presente.

Agnese Lovecchio