Voto

7
 

Robert Campillo getta lo spettatore nel pieno dell’azione dei militanti di ACT UP, il movimento francese nato negli anni ‘90 con l’obiettivo di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei cittadini sulla pandemia di AIDS che stava colpendo omosessuali, tossicomani e prostitute.

Premiato al Festival di Cannes, il film riesce nella rappresentazione della lotta di ACT UP, alternando le azioni del movimento con la storia d’amore di due giovani attivisti omosessuali di cui uno sieropositivo. Quella di Nathan e Sean è una relazione che si potrebbe definire comune, se non fosse per l’AIDS, che rende la morte onnipresente e oppressiva per loro come per gli altri personaggi.

La scena iniziale del film, dove viene annunciata in un comunicato stampa la perdita di un militante, si ripresenta simile sul finale, dimostrando come la morte sia ormai stata assorbita dalla quotidianità: privata di dramma, è diventata una cosa normale. Ma la morte è tanto inevitabile quanto veloce. È infatti la velocità il tema portante del film, nonché primario nemico dei soggetti, che lottano contro i tempi delle ricerche delle case farmaceutiche.

Diviso tra un club e una lotta, il film descrive l’azione politica svolta da ACT UP con una tecnica impeccabile, mentre perde colpi nella parte romanzata del film, dove la messa in scena a volte non riesce a pieno ed eccede nel soffermarsi su situazioni didascaliche, che potevano essere risolte in pochi minuti e con una più raffinata allusività.

Marco Severini